“[…]Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno 7 novembre dell’anno 1628, don Abbondio […].”
Alessandro Manzoni, I Promessi Sposi, Cap. I.
Per una stradicciola di quelle dei paesini arroccati sulle sponde del lago di Como, inizia il viaggio di Renzo e Lucia verso il matrimonio e soprattutto il viaggio di Don Abbondio attraverso innumerevoli avvenimenti che non lo cambieranno affatto. Forse è questa una delle rivoluzioni del romanzo storico italiano per eccellenza. Manzoni, oltre a mettere per la prima volta al centro di una grande storia il popolino con i suoi affanni, i suoi valori, le sopraffazioni, l’amore, tra le righe, indica Don Abbondio quale figura chiave del romanzo. Un uomo pavido, schivo, arrendevole. Non certo un eroe, una figura alla quale ispirarsi. Tuttavia è lui il filo conduttore vivente della storia e soprattutto, in lui non c’è alcuna evoluzione. Del resto neanche Renzo e Lucia alla fine del romanzo non avranno mutato troppo la loro fortuna. Paolo Poli, l’indimenticabile attore ebbe a dire, con la sua proverbiale ironia “I promessi sposi, due che da fidanzati poi si sposano, che palle. Meglio Flaubert, in Madame Bovary si passa dalle corna all’arsenico, più divertente.”. Ma la bellezza di questa storia è tra le righe, nella descrizione della società del tempo, dei vizi e delle brutture che c’erano e persistono tuttavia. Certo l’obbligo di studiarlo a scuola non contribuisce a farlo amare a tutti. Io l’ho sempre adorato e nel tempo ne ho iniziato come una collezione raccogliendone qui e là vari esemplari e altri testi correlati al romanzo.

Il primo volume che riporto è questo. Il testo sul quale ho studiato i Promessi Sposi al liceo. A cura di Natalino Sapegno è ricco di note e di immagini tratte dall’edizione originale, la Quarantana. A capo di ogni capitolo inoltre sono riportati frame tratti dallo splendido sceneggiato televisivo del 1967, regia dei Sandro Bolchi, con Paola Pitagora e Nino Castelnuovo.

Qui invece, una bellissima rivisitazione del racconto, in forma di fumetto. Ottime tavole di Paolo Piffarerio e buona resa del canovaccio della storia.

Ecco una seconda edizione scolastica potremmo dire. Una copia del 1960, certamente usata in classe per studiare il romanzo. Mal ridotta, è zeppa di note, ma completamente priva di immagini. Una Bibbia praticamente.
Questo grande volume blu, racchiude una particolare edizione della storia. Essa è infatti corredata, nientemeno che da tavole di Giorgio de Chirico. Il romanzo, in questa versione venne pubblicato in 23 puntate di 16 pagine ciascuna nel settimanale Tempo dall’8 aprile al 9 settembre 1964. Contiene 65 tavole a colori e 62 in bianco e nero. L’immagine a capo di questo articolo è tratta proprio da questo volume.

Questa terza edizione scolastica è forse la più interessante. Stampato a cura del ministero dell’istruzione negli anni del boom economico, era distribuito gratuitamente agli alunni e costituiva quindi uno dei pochissimi libri presenti nelle case di molti italiani. Il volume in foto, con quella bella macchia di inchiostro, ha una storia particolare. Dopo l’uso scolastico infatti, fu chiesto in prestito alla famiglia che lo custodiva, da parte di una mamma che avendo il figlio in carcere, condannato per omicidio, voleva alleviargli le pene della reclusione dandogli la possibilità di evadere da quelle sbarre, almeno con la fantasia. Questo libro dunque è stato compagno di scuola di un bimbo e compagno di cella di un uomo.

Ci allontaniamo un attimo dal romanzo per rendere onore a questa prestigiosa edizione Dall’Oglio del 1961 con la quale l’autore Mario Mazzucchelli, presentò una corposa ricerca circa il personaggio realmente esistito, Suor Virginia Maria de Leyva, spesso additata come la figura ombra della manzoniana Monaca di Monza. Mazzucchelli non fu il primo né l’ultimo autore appassionatosi alla figura della monaca di Monza e a scriverne cercando la matrice storica del personaggio di fantasia, croce degli studenti ai quali pare infinito quel capitolo IX dedicato alla storia della “Nostra infelice” Gertrude che divenne monaca, non certo per vocazione e che “Sventurata rispose” alle lusinghe di un nobile tradendo i suoi voti e macchiandosi poi di peggiori delitti.

Siamo ancora nell’orbita di tutta la carta scritta che ruota attorno al capolavoro manzoniano. In questo saggio Giovanni Nencioni si addentra nella storia tra episodi e personaggi passando in rassegna le caratteristiche della lingua del romanzo, croce e delizia dello stesso Manzoni. Sappiamo infatti che con i Promessi Sposi Manzoni scrive più che un romanzo, egli si prende l’onere di dare una lingua agli italiani, benché ancora non si fosse fatta l’Italia. Le tre edizioni del romanzo, la prima terminata nel 1823 Fermo e Lucia, la seconda, nel 1827, quando inizia un incessante lavoro di rifinitura di quel modello linguistico che Manzoni voleva creare e che trova con la famosa “risciacquatura dei panni in Arno” e l’edizione definitiva 1840-1842.

“Offrire una guida valida, uno strumento sicuro allo studente e alle persone colte che si interessano di letteratura e di arte è lo scopo preminente della collana – Piccole Muse-“
Quarta di copertina del volume in foto
Questo piccolo testo del 1977 è una raccolta di riassunti dei vari capitoli, di caratteristiche dei personaggi, della biografia e opere principali del Manzoni. Oggi testi come questi sono inutili, sopperisce internet con pagine e pagine dedicate a riassunti dei vari capitoli e per chi non avesse voglia di leggere neanche quelli? Niente paura, you tube è ricchissimo di bookblogger pronti a narrarvi dei due promessi brianzoli e di tutta la loro combriccola.

Torniamo al romanzo e questa copia, distribuita nel 2012 in allegato alle testate del gruppo l’Espresso, ce lo presenza nudo e crudo, ancora una volta senza immagini arricchito solamente dall’introduzione di Salvatore Silvano Nigro e in coda a “I Promessi Sposi” un’altra opera del Manzoni ambientata sempre nel XVII secolo, la “Storia della colonna infame” storia di due condannati come “Untori” ossia propagatori volontari del contagio della peste. Un testo amaro che condanna la ferocia e l’ignoranza umana, avendo al centro in fondo, le passioni umane.

Concludiamo questa passeggiata editoriale con la copia più recente in mio possesso. Si tratta di una bellissima edizione BUR del 2018. Un testo ricchissimo impreziosito da tutte le immagini originali riprese dai disegni di Gonin. Una vasta e dotta introduzione avvia il lettore all’opera e la voce del critico si farà sentire continuamente nelle ricche note riguardanti il testo e le bellissime illustrazioni che impreziosiscono anche la “Storia della colonna infame” in coda al testo.
Cari “Venticinque lettori” spero che l’articolo vi sia piaciuto e non trovando conclusione più banale non mi resta che dirvi che se vi avessi annoiati, “Credete che non s’è fatto apposta”.

