Le immagini che raffigurano l’ultima cena di Gesù con gli apostoli, sono spesso ricche di particolari e cariche di elementi simbolici. Il fulcro dell’evento è l’istituzione dell’Eucarestia, ossia il gesto di spezzare il pane e condividere il vino, presentati dal Cristo come suo Corpo e suo Sangue. Tuttavia, la maggior parte delle opere che rappresentano la Cena, catturano i momenti appena successivi alla celebre citazione evangelica: “Uno di voi mi tradirà” (Giovanni 13,21). Ricostruiamo la scena. Gesù sta mangiando con i dodici, dopo la “Lavanda dei piedi” tramandata da Giovanni. Durante la cena annuncia che a tavola con lui è seduto l’uomo che lo tradirà. I discepoli allora sono presi da agitazione e sgomento e iniziano a chiedere chi sia il traditore. Ecco, la maggior parte delle raffigurazioni di quella cena si concentrano su questo momento. Abbiamo tutti davanti agli occhi la scena del Cenacolo (1494-1498) di Leonardo da Vinci a Milano e quel concerto di gesti interrogativi che caratterizza i discepoli. Altro esempio del genere è, sempre a Milano, la tela di Daniele Crespi, databile al 1630 e conservata nella pinacoteca di Brera.

Il traditore, Giuda ovviamente, è forse la figura più celebre delle pagine di Vangelo che tramandano di quella cena. Proprio in virtù del suo ruolo di co-protagonista, Giuda deve essere ben riconoscibile nella rappresentazione. Come evidenziarlo nel gruppo dei commensali del Cristo ? Domenico Ghirlandaio nell’opera del 1480 conservata a Firenze nel Cenacolo di San Marco, lo raffigura di spalle rispetto allo spettatore, di fronte a Gesù che siede affiancato dagli altri discepoli. Giuda è emarginato, pronto a precipitarsi nelle tenebre del peccato del quale si è macchiato. Anche gli evangelisti descrivendo l’uscita di scena del traditore concludono: “Egli, preso il boccone, subito uscì. Ed era notte” (Giovanni 13, 30). Le tenebre fuori dal cenacolo, sono le tenebre dell’uomo sopraffatto dal peccato. Certo la collocazione isolata di Giuda lo rende immediatamente identificabile, ma non sempre si è scelta questa strada per evidenziarne la presenza, spesso evitando di collocarlo al centro dell’opera, per ovvie ragioni. Non è così ad esempio nelle due opere milanesi delle quali abbiamo parlato in precedenza. In questo caso però, un particolare iconografico viene in soccorso dello spettatore. Si tratta del sacchetto contenente quei “Trenta denari”, l’amaro bottino di Giuda per la vendita di Gesù ai suoi aguzzini. Nell’affresco di Leonardo, l’Iscariota seduto tra Pietro ( che impugna un coltello con il quale ferirà un soldato durante l’arresto di Gesù) e Giovanni tenta di nascondere la sacca delle monete, nel pugno destro chiuso. Nella tela del Crespi invece, il traditore cela il sacchetto al di sotto del piano del tavolo, premurandosi di collocarlo in bella vista per lo spettatore. Inoltre, in questo caso, Giuda, con lo sguardo rivolto agli astanti, pare ostentare quel bottino che tiene invece al riparo dagli occhi dei suoi compagni. Tuttavia, nell’occhiata furtiva di Giuda è percepibile il rimorso che inizia a montare in lui fino al tentativo disperato di riconsegnare i denari ricevuti e poi al tragico epilogo dell’impiccagione (Una rarissima raffigurazione della morte di Giuda è tra le formelle della straordinaria Janua Maior del duomo di Benevento, XII-XIII secolo). Daniele Crespi non è certo il primo a rappresentare in questo modo Giuda Iscariota. Questo escamotage era un topos figurativo delle opere con questo soggetto, già da parecchi secoli. Tanto è vero che anche in tanti piccoli paesi italiani abbarbicati alle Alpi o agli Appennini, lontani dalle grandi corti e troppo poveri per ingaggiare raffinati maestri, non è raro imbattersi in opere che ritraggono l’Ultima Cena, nelle quali si conserva questa particolare composizione stilistica che permette a chi sosta davanti al dipinto di rintracciare immediatamente il “frutto della colpa” e addirittura di guardare in faccia il peccatore per eccellenza e magari riconoscersi in lui e correre ai ripari. E’ il caso, ad esempio, della tela opera dell’artista locale Sebastiano d’Abicino realizzata nella prima metà del XVII secolo e conservata a San Lorenzo Maggiore (Bn), nella quale, oltre a Giuda, anche l’apostolo al suo fianco ha lo sguardo rivolto ai fedeli. Quest’ultimo indica se stesso con la mano, particolare che porta a pensare che il viso dell’apostolo non sia altro che l’autoritratto dell’autore. Simile è l’opera di Lucantonio D’Onofrio del 1761, conservata presso la chiesa di San Mauro Martire in Solopaca (Bn). In quest’ultima tela vediamo al centro la scena della cena, ai piedi del tavolo un cane, simbolo della fedeltà, uno dei temi legati alla pagina evangelica dell’ultima cena e in alto, la gloria dell’Eucarestia.

