Quante chiese abbia Roma io non ve lo so dire, pare più di 900 io ne ho viste più di un centinaio e vorrei condividere, di tanto in tanto, impressioni, esperienze, cose da vedere in questi magnifici, non sempre, edifici romani.

Partiamo oggi dunque con la chiesa di San Francesco a Ripa. Siamo a Trastevere, luogo celebre per i locali e l’aria di romanità autentica che la avvolge (Ditemi voi quanto autentica e quanto costruita) e nota anche perché in metro non ci si arriva, ma con un autobus/tram da Circo Massimo potreste comunque arrivarci abbastanza agevolmente.

All’epoca della costruzione dell’edificio di certo i mezzi non c’erano ma risultava comunque più che ben collegata, grazie al vicino porto fluviale di Ripa Grande, grande snodo commerciale sul Tevere, attivo fino al ‘800.

In questo luogo insisteva sin dal X secolo una chiesa e ospizio per i poveri che ospitò, secoli dopo, niente meno che Francesco, il poverello di Assisi che più volte venne a Roma a incontrare il Papa a motivo dell’Ordine dei Francescani che fondò. Proprio ai Frati Minori fu donato il complesso nel 1229 (San Francesco era morto solo 3 anni prima) e anche oggi loro ne sono i titolari anche se la chiesa è stata rifatta e quella che visitiamo oggi fu consacrata il 2 ottobre 1701.

Io l’ho visitata più volte, l’ultima il giorno di San Francesco di quest’anno (04/10/2024) e ho potuto apprezzarne l’atmosfera di chiesa viva e non mero museo gratuito, quale comunque è dati i capolavori che conserva al suo interno. Il giorno di San Francesco vi si celebra una messa vespertina con giusta solennità e buona partecipazione di popolo. Di fuori intanto, la banda della vicina Cave attende l’avvio della processione della statua in cartapesta del santo che è raffigurato avvinto alla croce e che a sera si insinua tra le stradine trafficate e i tavolini dei locali del quartiere. Finita la processione, spettacolo musicale della fanfara dei bersaglieri in congedo e fuochi d’artificio da ammirare dopo aver addentato un sublime assaggio di pane e porchetta offerto dai promotori della festa.

La chiesa è a tre navate, ricca di cappelle ampiamente decorate e targhe marmoree a memoria dei defunti che nei secoli hanno trovato qui dimora. Leggere quelle iscrizioni, spesso in latino, è sempre un buon modo di avvicinarsi alla storia dei luoghi. Se non si ha, come me, particolare familiarità con il latino basta avere qualche nota di indirizzo: in genere, le targhe portano inciso il nome del defunto, i titoli e le mansioni, il giorno della morte e la successiva indicazione dell’età alla quale quella vita si è spezzata, segue indicazione di chi, affranto, ha voluto la lapide a perenne ricordo del caro estinto. Impossibile non citare, tra i defunti inumati in questa chiesa, Giorgio de Chirico (1888-1978). La sua tomba è dietro la parete di fondo della prima cappella a sinistra di chi entra. La cappella conserva anche alcuni suoi dipinti tra cui forse l’opera dalle dimensioni maggiori tra quelle da lui dipinte, Salita al Calvario (185cm x 160cm). De Chirico era legato ai frati minori e la moglie Isabella Far ha fatto traslare qui il suo corpo nel 1992.

Da Vedere

Si è detto che la chiesa è uno scrigno d’arte, non ci metteremo qui quindi a elencare tutte le magnifiche opere che potrete ammirarvi. Diciamo che se vi piace il Barocco è il posto adatto a voi. Io in particolare mi sono fermato ad ammirare la bellezza degli affreschi di Giovanbattista Ricci da Novara, nella cappella dell’Annunziata. In questa cappella oltre a una bella Annunciazione su tavola di Francesco Salviati (1535) in cui la vergine sorpresa nella lettura dall’angelo nunziante veste già una acconcia tunica rosso sangue e pare sia già incinta, alzando lo sguardo è possibile ammirare gli affreschi della volta raffiguranti la Gloria dell’Eterno Padre e realizzati appunto dal Ricci, detto Navarro all’inizio del ‘600. A me ha colpito lo sfondo oro della scena e la miriade di puttini che costellano lo spazio della volta, con particolare riferimento al gruppo di putti alla base dello spazio dipinto che sorreggono due grandi tomi squadernati di pagine bianche che poi l’ispirazione dell’Eterno Padre trasformerà in Libri Sacri e fonte di ispirazione per l’arte di tutti i tempi.

Ancora, meritano una sosta le statue lignee attribuite a Fra Diego da Careri, opere del ‘700 che ai capi delle tre navate raffigurano S. Antonio a sinistra di chi entra, S. Francesco all’altare maggiore e S. Giacinta Marescotti (particolarmente espressiva), glorie dell’ordine Francescano ça va sans dire.

Anatema colga chi, entrato in questa chiesa, non si diriga all’ultima cappella a sinistra, la cappella Albertoni che ospita la bellissima macchina barocca con al centro la statua della Beata Ludovica Albertoni. Moglie, madre, frequentatrice di questa chiesa tra la fine del ‘400 e il secolo successivo, fu inoltre terziaria francescana e si spese a favore dei poveri e diseredati della Città Eterna che oggi la venera come compatrona e la presenta al mondo dal 1764 ca. in questa cappella, in posa estatica, come la raffigurò Gian Lorenzo Bernini (1598-1680) in questa che pare sia la sua ultima opera (Se hai visto la S. Teresa nella cappella Cornari della chiesa di S. Maria della Vittoria, ne hai riconosciuto lo stile). La santa, sul letto di morte è punto focale della cappella costruita come una sapiente macchina scenica volta a creare meraviglia nello spettatore e chi non ne prova vedendo il candore di quel marmo e il trasporto di quel volto, illuminato alla perfezione dalle due finestrelle laterali nascoste allo spettatore (Oggi una sola delle due aperture laterali lascia filtrare la luce dall’esterno). Per ovvie questioni di luce, è consigliato visitare la cappella quando il sole è ancora alto. Detto della statua, sopra di lei un dipinto del Baciccio (1639-1709), pittore che tanto collaborò con Bernini, raffigurante la Madonna con Gesù Bambino e S. Anna, sotto la Beata Albertoni, un magnifico tappeto in diaspro che pare cadere dalla base del giaciglio della santa e rende più solenne il tutto, ancora in basso l’urna con i suoi resti, visibili da una deliziosa apertura a forma di cuore.

Visitando la chiesa nel giorno di San Francesco ho potuto visitare anche la cella, alla quale si accede da una scalinata nei pressi della sacrestia, nella quale pare dimorò San Francesco. Un luogo angusto di raccoglimento e anche d’arte. Oltre a quella che la tradizione vuole sia la pietra sulla quale posava il capo il serafico padre per dormire, vi sono delle tavole sulle quali sono dipinte l’Annunciazione, ancora e San Francesco, opera di Margheritone d’Arezzo (1262-1305) che fu, per ragioni cronologiche, tra i primi a raffigurarlo in pittura.