La valorizzazione e la tutela del patrimonio culturale di un luogo passano anche per la conservazione e il recupero dei manufatti artistici che il passato ha consegnato. Con questo spirito, negli anni, diverse opere laurentine sono state restaurate, ultima in ordine di tempo, la statua di San Pasquale. Di manifattura locale, la scultura realizzata nel XIX secolo, è conservata nella chiesa del SS. Nome di Dio, luogo nel quale la cura per le celebrazioni e il culto verso questo santo erano appannaggio della famiglia Retez. Con l’avvicendarsi delle generazioni e scemato il fervore devozionale, la statua ha conosciuto un lungo tempo di quiescenza portandola oggi ad essere bisognosa di un accurato recupero. Lavori di restauro di questo tipo prevedono il passaggio attraverso diverse fasi. Prima fra tutte, la pulitura dell’opera e la rimozione delle ridipinture per far riemergere le cromie originali. Segue, una disinfestazione dagli insetti xilofagi che specie in questo caso, avevano notevolmente compromesso l’integrità della statua. Consolidata la struttura in legno, si provvede alla sostituzione delle parti mancanti, alla stuccatura delle lesioni, e alla reintegrazione pittorica, rispettando la tecnica e le cromie antiche. Anche l’ostensorio in ottone argentato che adorna la statua seppur mancante della base, andata perduta negli anni è stato restaurato. Il restauro ha altresì reso maggiormente evidente, quella sorta di fibula della cappa che riveste il santo mentre è stato sostituito il cordone che ne cinge la vita. Di particolare interesse sono le cromie originali emerse nel restauro che rendono possibile apprezzare l’abito monacale del santo caratterizzato dall’alternarsi di due diverse tonalità sia sulla tonaca che sulla cappa.

L’abito fa il monaco.

La statua dopo il restauro.

Nel tempo, la necessità di reintegrare strati pittorici usurati, ha portato a numerose ridipinture che riflettevano i gusti e gli usi dei tempi. Ecco, dunque che la policromia originale che rifletteva l’abito specifico dei monaci Alcantarini, ramo della famiglia francescana nato nel XVII al quale appartenne San Pasquale (1540-1593), è stata negli anni ricoperta da ridipinture che hanno assimilato l’abito del nostro santo a quello di un uniforme tonalità marrone che in genere si associa ai francescani. Questo cambio di livrea potremmo dire, è piuttosto comune e un ulteriore esempio è, sempre a San Lorenzo, il caso della veste bigia della statua di San Bernardino, anch’essa sovrascritta nel tempo, da un marrone più ordinario e recuperata nel recente restauro. La modifica alle cromie originali di queste opere risponde spesso alle mutate condizioni dei costumi ed in particolare, nel caso di San Pasquale, è utile notare come nel 1897, il ramo degli Alcantarini confluì assieme ad altre famiglie francescane, nel più grande ordine dei frati Minori francescani, uniformandosi quindi anche nell’abito con evidenti impatti anche nell’iconografia sacra. Non è raro infatti, anche in zona, imbattersi in immagini che raffigurano il santo con indosso l’abito francescano per come lo conosciamo oggi, in un uniforme colore marrone, con l’aggiunta della caratteristica cappa, il corto mantello eredità dell’abito alcantarino.

San Pasquale nel Sannio

Si è detto quindi che in zona non mancano raffigurazioni del santo e del resto basta guardare al patrimonio artistico dei paesi circonvicini per ritrovare una statua del santo a Ponte, altre ancora a Cusano Mutri, Faicchio (dove sorge, come in Benevento, una chiesa in suo onore), una più antica a Guardia Sanframondi, proveniente dal soppresso convento francescano presso il quale c’era un altare a lui dedicato. Sempre a Guardia, ogni sette anni, tra i “Misteri” del Rione Croce nelle processioni dei Riti Settennali, viene riproposto in uno dei tanti quadri viventi, lo stesso topos iconografico. Un altare dedicato a San Pasquale lo troviamo citato anche negli atti di Santa Visita del vescovo Luigi Sodo nella chiesa madre di San Lorenzello nel 1879 e anche nella chiesa di San Giuseppe a Cerreto Sannita. Questo fu edificato nel 1723 e adornato di una statua, ben presto rimossa poiché non particolarmente riuscita, tanto da suscitare ilarità tra i fedeli. Venne quindi sostituita con una tela oggi, rimossa essendo stato dismesso il luogo di culto. Venendo alle tele non si può fare a meno di citare quella del 1761 del solopachese Lucantonio D’Onofrio. Nell’opera è rappresentata la Visione di San Pasquale e già nel titolo è riassunto il tratto iconografico che caratterizza tutte le opere che abbiamo citato sino ad ora e anche le raffigurazioni su maiolica policroma con stesso soggetto che ritroviamo in edicole votive di vari paesi della zona (Morcone, Puglianello, Cusano Mutri in particolare).

Cenni iconografici.

Stato dell’opera sul finire del XX secolo.

Come nella statua laurentina, l’espediente iconografico per raffigurare questo santo è quanto mai ripetitivo. San Pasquale è infatti sempre rappresentano in atto di adorazione dell’ostia consacrata che in modo più o meno scenografico è posta in un ostensorio che fluttua come un’apparizione alle spalle del santo, talvolta sospeso su una nuvola o sorretto da angeli (anche per la statua laurentina è probabile che ci fosse un angelo a sorreggere l’ostensorio, angelo che pare sia parte delle numerose opere trafugate dalla chiesa del SS. Nome di Dio nell’ottobre del 1976). La scena, richiama le apparizioni miracolose che si tramanda, abbiano caratterizzato la vita del santo, ma ancora di più, la sua forte devozione verso il mistero del Sacramento Eucaristico che fu al centro della sua opera di evangelizzazione e dei suoi studi. Pasquale fu, infatti, un frate spagnolo del XVI secolo, ammesso solo dopo numerose insistenze e rifiuti, nell’ordine dei frati francescani scalzi detti Alcantarini (Dal nome del fondatore S. Pietro di Alcantara). Prima che frate fu pastore di armenti, ecco perché spesso è rappresentato anche tra greggi di pecore o in adorazione dell’Eucarestia in ambienti bucolici. Canonizzato nel 1690, ventisette anni dopo la sua morte, il suo culto arrivò nel sud Italia tramite la dominazione spagnola e fu tramandato dalla casa Borbonica, tanto da divenire uno degli oltre cinquanta compatroni di Napoli nel 1845. Il restauro della statua laurentina (A cura della restauratrice Marina Mongillo, che ringrazio per le informazioni sul dettaglio delle operazioni di restauro effettuate) si pone dunque in continuità con una storia antica e la sollecitudine dei cittadini e della Parrocchia, permettono di evitare che testimonianze silenziose di una storia spesso considerata minore, vadano perdute con le ingiurie del tempo e che il lavoro dei tarli riduca in polvere le tracce di un passato che appartiene a tutti.

Note e bibliografia

  • Archivio Parrocchiale, San Lorenzo Martire.
  • Archivio Diocesano, Atti di Santa Visita XIX secolo.
  • Aa.Vv. Guida turistica di Guardia Sanframondi. A cura di Associazione onlus ICoraggiosi. 2017.
  • Formichella, Cosimo. Lucantonio D’Onofrio pittore del ‘700. In Annuario di storia cultura e varia umanità 2020, di Aa. Vv., a cura di Associazione storica Valle Telesina. Cerreto Sannita: TETa print, 2021.
  • Pescitelli, Renato, Cerreto Sacra, Cerreto Sannita: TETAprint, Vol. II, 2012
  • Vigliotti, Nicola. San Lorenzo Maggiore-Storia e tradizioni-note su Limata. Benevento: Realtà Sannita, 2001.

Ringrazio la restauratrice Marina Mongillo responsabile del restauro, per le informazioni fornitemi in merito alle diverse operazioni di restauro effettuato e il professore Luciano Di Libero per la foto della statua a restauro avvenuto. La foto che attesta lo stato di conservazione della statua prima del restauro (parecchi anni prima) è desunta dalla scheda relativa all’opera compilata e aggiornata nei primi anni 2000 dalla Soprintendenza Archeologia, belle arti e paesaggio per le province di Caserta e Benevento.